“We want change but not like this”: l’Iran tra violenza e desiderio di liberazione
20 Aprile 2026
di Chiara Chisari, assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano
Alla morte di Khamenei, il 28 febbraio, in diverse città iraniane la gente è scesa in strada. I video circolati sui social mostravano clacson, fuochi d’artificio, statue abbattute, slogan contro il governo. A molti quella morte sembrava la breccia attraverso cui immaginare la fine del regime repressivo: coerentemente con la narrazione di liberazione adottata da Stati Uniti e Israele, la violenza veniva letta come un’occasione, come la soglia di qualcosa di nuovo.
Quella lettura si è rivelata, nel volgere di pochi giorni, radicalmente smentita dai fatti. Nel marzo 2026, mentre Stati Uniti e Israele conducevano attacchi aerei sul territorio iraniano, le autorità della Repubblica islamica avviavano una nuova ondata di esecuzioni di prigionieri politici (v., per es., qui). Privata della possibilità di comunicare con il mondo, la stessa popolazione che aveva esultato si trovava – e tutt’ora si trova – a subire una duplice violenza: quella del regime che non ha cessato di operare, e quella di un conflitto che continua a promettere emancipazione senza produrla. “We want change but not like this” hanno dichiarato alcunə iranianə intervistatə dal The Guardian – un’affermazione che segnala il tradimento di un desiderio di cambiamento autentico a vantaggio di posture interventiste.
Qual è, allora, il rapporto tra violenza e libertà? La violenza può davvero emancipare?
La promessa di emancipazione attraverso la violenza non è certo una novità nella storia politica recente. Proprio come la liberazione del popolo iraniano è stata incorporata nell’attuale discorso geopolitico occidentale, l’operazione militare in Afghanistan, avviata dopo l’11 settembre 2001, fu accompagnata da una retorica di emancipazione dall’oppressione in cui la guerra assumeva i connotati di una missione di democratizzazione. Nei primi momenti, l’occupazione americana produsse miglioramenti nella vita dellə afghanə; tuttavia, la sorte del Paese seguì una traiettoria del tutto indipendente dalle giustificazioni ufficiali e, specialmente, dalle aspirazioni di una parte cospicua della popolazione. Del resto, come ha osservato Spivak in Can the Subaltern Speak? (1988) analizzando le dinamiche del colonialismo britannico, la rappresentazione dei soggetti oppressi come bisognosi di protezione li priva di agency, incorporandoli in una narrazione che li precede e li eccede e che si rivela, nei fatti, nient’altro che un atto di dominio.
Da una prospettiva diversa, non possiamo ignorare che le rivoluzioni violente hanno prodotto trasformazioni reali; la stessa liberazione dal fascismo in Europa è passata attraverso la lotta armata. Riferendosi alla violenza come atto di autoemancipazione, Fanon, in Les Damnés de la Terre (1961), ha elaborato questa intuizione nella sua forma più radicale: la violenza non è solo strumento di liberazione, ma ha una funzione costitutiva. È attraverso di essa che il colonizzato riconquista la propria soggettività, si riappropria di sé. In questa prospettiva, l’euforia di chi ha esultato nelle strade di Teheran non è stata irrazionale, ma ha espresso la speranza che la caduta di un potere oppressivo, anche se provocata dall’esterno, potesse rappresentare l’occasione di riprendere la parola.
Questa funzione costitutiva, pur rivestendo un ruolo nelle dinamiche di de-colonizzazione, non sembra garantire la possibilità di fondare un ordine politico. Come precisato da Arendt in On violence (1970), la vittoria ottenuta attraverso la violenza può distruggere un potere ma non sostituirlo. Il vuoto che si apre con la caduta di un potere oppressivo non è ancora libertà ma transizione instabile di rapporti di forza: è il terreno su cui si contendono nuove forme di dominio, mentre le condizioni prodotte dalla guerra – militarizzazione, sospensione dei diritti, controllo sociale intensificato – rischiano di sedimentarsi ben oltre il conflitto che le ha generate.
Qualsiasi cosa succederà in Iran, l’emancipazione dall’oppressione e la libertà richiederanno dunque processi di natura radicalmente altra dalla violenza: relazioni da riannodare, istituzioni da reinventare, linguaggi da ritrovare – processi che necessitano di tempo, spazio e, soprattutto, della partecipazione attiva di chi quella realtà la vive. Non c’è liberazione che possa essere semplicemente e violentemente consegnata dall’esterno. E ogni narrazione che promette il contrario merita, prima ancora che un giudizio morale, un’analisi del proprio funzionamento.