Impennata della criminalità minorile? Dataroom sbaglia l’analisi
02 Febbraio 2026
di Roberto Cornelli, Professore di Criminologia nell'Università di Milano
Mi piacerebbe parlare di giovani, a partire dalle ricerche che stiamo svolgendo in quartieri come San Siro (cfr. su CRIMePO Polizie e giovani con background migratorio nel quartiere San Siro di Milano), per comprendere come stanno cambiando le loro aspirazioni, il loro modo di vivere e di stare insieme, il loro rapporto con l’Autorità e con la Legge. Mi piacerebbe raccontarvi, per fare qualche esempio, di come la “cittadinanza” non sia vissuta da molti di loro come una barriera, a differenza di ciò che pensa il mondo adulto; di come la società del consumo sia il principale orizzonte entro cui collocare le proprie aspirazioni di essere riconosciuti e di successo; di come siano molto esposti e sensibili alle rappresentazioni mediatiche legate alla violenza, soprattutto quelle che passano dai social e dalle serie tv, e che spesso non sanno interpretare se non a partire dalla legge del più forte: “o ti difendi, attaccando per primo, o ci rimani”; di come la dimensione dello stare insieme tra coetanei sia, come sempre è stata, una necessità vitale e non una devianza sociale. Mi piacerebbe anche riflettere sul preoccupante mutamento di sensibilità che sta caratterizzando il mondo politico-istituzionale, in cui ormai da tempo si è fatta strada l’idea dell’irrecuperabilità del minore autore di reato, specie se straniero. Mi piacerebbe, insomma, da criminologo abituato a fare ricerca nei quartieri e con le istituzioni, riflettere su cosa sappiamo dei giovani, del loro modo di vivere e di socializzare, su quale sia il nostro sguardo di adulti, chiedendoci se le categorie che utilizziamo per guardarli e giudicarli siano adeguate o, invece, solo dettate dalle paure di chi giovane non è più.
Mi piacerebbe occuparmi di questi temi, così decisivi se affrontati con serietà e lungimiranza, e invece sono costretto, ancora una volta, a parlare dei dati sulla delittuosità minorile, di come siano male utilizzati e di come, proprio perché male utilizzati, contribuiscano alla costruzione di emergenze che confondono problemi e priorità in un amalgama indistinto e ingovernabile che crea angoscia, diffonde paure e richiede misure eccezionali.
Ho già affrontato il tema dei baby killer: sulla base di dati forniti da fonti del Ministro dell’Interno si è parlato per mesi del fatto che in Italia nel 2024 gli omicidi volontari commessi da minorenni sono triplicati rispetto all’anno precedente; al contrario, i dati consolidati, resi disponibili a novembre del 2025, indicano una sostanziale stabilità (cfr. su CRIMePO Ora lo sappiamo, non c’è stato alcun aumento di “baby killer”). In assenza di una smentita ufficiale, “l’aumento vertiginoso dei baby killer”, poi rivelatosi inconsistente, ha depositato nell’immaginario sociale (nel modo in cui la società rappresenta e immagina sé stessa) la visione di una città assediata da una criminalità minorile fuori controllo.
È una visione dai tratti apocalittici che pervade istituzioni e media, coinvolgendo anche le rubriche di approfondimento più serie. Tra queste, il dataroom di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera del 26 gennaio 2026, proprio per l’autorevolezza che la giornalista si è conquistata negli anni, costituisce un caso di studio particolarmente interessante. L’articolo “Baby gang in aumento, dove sbaglia il governo” si concentra molto sulla seconda parte del titolo, proponendo un necessario riorientamento delle politiche pubbliche verso la prevenzione, mentre dà per scontata, quasi non ci fosse bisogno di soffermarcisi più di tanto, l’analisi del fenomeno, fornendo alcune percentuali a supporto della – sono parole sue – “impennata” degli illeciti di cui i giovani sono accusati a partire dal 2019. Già altre volte ho messo in guardia sul fatto che leggere i dati della criminalità minorile richiede competenze criminologiche specifiche (cfr. su Sistema Penale Quello che i dati non possono dire).
Anche in questo caso, purtroppo, sono stati compiuti errori grossolani che vale la pena evidenziare a futura memoria.
Si è deciso, anzitutto, di prendere il 2019 come anno di riferimento per valutare le variazioni degli illeciti commessi da minori e giovani adulti, non considerando che proprio il 2019, eccettuati gli anni dell’emergenza da covid-19, è stato quello in cui si è registrato uno dei livelli più bassi di criminalità minorile degli ultimi vent’anni. Evidentemente, in confronto al 2019, è gioco facile che la criminalità sia in aumento. Se si fosse preso, per esempio, il 2018, le variazioni percentuali sarebbero state ben diverse. Da qui, un primo insegnamento: comparare un anno con l’altro non aiuta a comprendere cosa stia accadendo nel campo della criminalità; è fondamentale, invece, avere uno sguardo lungo e osservare le tendenze più che le variazioni percentuali. Già i dati sugli autori di reati sono di per sé poco indicativi, considerando che circa 1/5 dei delitti denunciati in un anno rimane di autore ignoto; vale la pena, a questo punto, non forzarli ulteriormente con analisi superficiali.
Ancora più grave, a mio avviso, è il secondo errore compiuto da dataroom: i dati di fonte ministeriale utilizzati si riferiscono ai minorenni e giovani adulti in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni e non ai minorenni e giovani adulti segnalati dall’Autorità Giudiziaria agli Uffici di servizio sociale per i minorenni. Si tratta di serie di dati diverse, che rilevano “fenomeni” diversi.
Nel primo caso ci si riferisce agli individui seguiti dagli Uffici di servizio sociale nell’anno considerato indipendentemente dal momento in cui si è verificata la segnalazione dell’Autorità giudiziaria: non solo la presa in carico può avvenire anche a distanza di mesi, scavallando l’anno di riferimento, ma riguarda chiunque abbia un fascicolo aperto indipendentemente dall’anno in cui ha commesso il reato. In sintesi, si tratta di un indicatore del carico di lavoro presente negli Uffici di servizio sociale per ciascun anno considerato e non degli episodi di criminalità commessi in quello stesso anno.
La seconda serie di dati, invece, rileva il numero di minorenni e giovani adulti segnalati dall’Autorità Giudiziaria agli Uffici di servizio sociale e costituisce un indicatore più prossimo, anch’esso con forti limitazioni, ma certamente più adeguato a misurare la criminalità minorile. Ed è proprio analizzando questa seconda serie di dati che ricaviamo una fotografia dei minori autori di reato molto diversa da quella fornita dai media e discussa nelle istituzioni.
Guardiamo, anzitutto, all’omicidio volontario consumato, delitto che presenta un numero oscuro tendente allo zero e alti tassi di svelamento dell’autore, e che risulta, in tutto il mondo, l’indicatore più affidabile per misurare la violenza. Mettendo, ovviamente, tra parentesi gli anni dell’emergenza da Covid-19, i minorenni e giovani adulti segnalati dall’Autorità Giudiziaria agli Uffici di servizio sociale per omicidio non sono in aumento se osserviamo l’ultimo decennio e sono in netta diminuzione se consideriamo l’ultimo trentennio: negli anni Novanta si era attorno alla soglia di 50 omicidi commessi da minorenni, agli inizi degli anni Duemila ci si è avvicinati alla soglia dei 70 per poi scendere nel secondo decennio a 30 (sotto i 20 nel biennio 2018-2019) e stabilizzarsi attorno ai 25 negli ultimi anni.
Se poi osserviamo i minorenni o giovani adulti segnalati per tutti i delitti, notiamo, sempre in base ai dati del Dipartimento di Giustizia Minorile, una diminuzione costante fino agli anni dell’emergenza da Covid-19: si passa da più di 20mila segnalazioni nei primi anni del Duemila alla soglia delle 15mila a metà del secondo decennio la quale, nel 2024 (ultimo dato disponibile), rimane insuperata. Evidentemente bisognerà osservare con attenzione se la risalita dopo gli anni del Covid avrà una battuta d’arresto nel 2025, rimanendo entro la soglia del secondo decennio degli anni Duemila o innescherà una dinamica di ripresa dei livelli degli inizi degli anni Duemila o, addirittura, di quelli ancora più elevati degli anni Novanta. Fatto sta che, ad oggi, parlare di impennata è sbagliato e fuorviante.
In conclusione, i dati di cui disponiamo non supportano l’ossessione securitaria che sta infiammando il dibattito pubblico su giovani e violenza. Episodi gravi accadono ed è giusto farsene carico, capendone la specificità più che l’ordinarietà. Non solo: occorrerebbe studiare in modo specifico e approfondito come mai alcuni reati stanno aumentando, mentre altri sono in diminuzione. Sarebbe utile, infine, aprire un dibattito serio, in particolare nelle grandi città, su come si stiano diffondendo percezioni e paure che finiscono per incidere sui percorsi di crescita dei più giovani e sulla loro propensione alla socialità.
Altra cosa è, come si è fatto negli ultimi trent’anni (cfr. su Diritto Penale Contemporaneo La deriva punitiva della politica criminale in Italia), usare questi temi per consolidare una torsione del sistema istituzionale, tutto, verso logiche punitive pericolose.