Oltre la contrapposizione: ascoltare i giovani, comprendere il conflitto
23 Ottobre 2026
di Laura Squillace, collaboratrice di ricerca presso CRIMePO
Quanto è accaduto a Milano continua a essere al centro del dibattito pubblico in questi giorni. Le pagine dei principali quotidiani nazionali – e non solo – riportano le notizie relative alle manifestazioni, dispensando titoli sensazionalistici, ma anche etichette delegittimanti, quali “teppisti” o “maranza” per descrivere quei giovani che hanno preso parte alle proteste, restituendo, a mio avviso, una rappresentazione indistinta dei manifestanti, ricondotti in un’unica categoria omogenea e raffigurati come un out-group potenzialmente minaccioso da cui è necessario difendersi.
Mi preme tornare su questa tematica, già affrontata efficacemente da Roberto Cornelli, per proporre una breve riflessione sulla rappresentazione mediatica degli avvenimenti e sulle modalità con cui si è cercato finora di affrontarli.
La prima cosa che mi ha colpito, e che certamente non rappresenta un’eccezione in casi di cronaca come questi, riguarda la dicotomia attraverso cui sono stati narrati i fatti, che, implicitamente, invita a schierarsi con o contro i manifestanti. Le domande “da che parte stai?” e, di conseguenza, “giustifichi le loro azioni?” mi sembra abbiano contribuito a polarizzare la discussione sui media e, soprattutto, sui principali social network. È come se, di fronte a questo grande palcoscenico virtuale, fossimo tutti chiamati a prendere immediatamente posizione, a esprimere un giudizio netto su quanto accaduto.
La devianza giovanile è una tematica che ha occupato – e continua a occupare – un posto centrale nei miei interessi di ricerca. Eppure, di fronte agli ultimi avvenimenti, continuo a interrogarmi sul perché il tentativo di comprendere quanto successo – un’ambizione molto pretenziosa, me ne rendo conto – debba necessariamente tradursi in una presa di posizione sulla condanna o meno dei comportamenti di alcuni giovani (il corsivo è voluto). Mi spiego meglio.
Perché il dibattito deve essere sempre necessariamente ricondotto a una contrapposizione tra due parti, come giovani vs forze dell’ordine? Perché non possiamo cercare di comprendere le ragioni che hanno portato molti giovani a scendere in piazza, condannando al tempo stesso le violenze di alcuni? Parallelamente, perché non possiamo cercare di comprendere il ruolo che le forze dell’ordine sono chiamate a svolgere durante una manifestazione, pur condannando – anche in questo caso – gli episodi di violenza? Detto in altre parole, riconoscere il ruolo istituzionale delle forze dell’ordine non può – e non deve – impedire alla cittadinanza di interrogarsi criticamente sulle loro pratiche e sul ricorso all’uso della forza. Ciononostante, sembra che condannare gli episodi di repressione al dissenso da parte delle forze dell’ordine venga automaticamente interpretato come uno schieramento a favore dei giovani manifestanti e, dunque, come una giustificazione delle violenze commesse da alcuni di loro, quasi fossero una conseguenza inevitabile degli eventi.
Credo, tuttavia, che entrambe le prospettive debbano trovare spazio all’interno della stessa cornice interpretativa. Non per sottrarsi alla necessità di prendere posizione, ma per evitare che una lettura dicotomica finisca per ridurre la complessità del fenomeno. Del resto, la neutralità, anche nelle scienze sociali, rappresenta più un ideale utopico a cui tendere che una condizione realmente raggiungibile. Come ci ricorda Michel Foucault, la stessa produzione del sapere è attraversata da relazioni di potere e non può essere considerata del tutto estranea alle condizioni storiche, sociali e politiche entro cui prende forma.
Un ulteriore aspetto sul quale vorrei soffermarmi riguarda la narrazione dominante sulle nuove generazioni, che spesso le dipinge come una categoria passiva, poco intraprendente, costantemente impegnata a “scrollare” contenuti sui social. Eppure, se provassimo davvero ad ascoltare i giovani, scopriremmo che probabilmente hanno delle cose da dire su ciò che vorrebbero per il loro futuro e soprattutto sulle ingiustizie che percepiscono quotidianamente. In una recente ricerca che indagava la relazione tra forze dell’ordine e giovani con background migratorio nel quartiere San Siro di Milano, condotta da Roberto Cornelli e da me, abbiamo cercato di ascoltare entrambe le parti, raccogliendo risultati molto diversi, anche alla luce delle differenti possibilità di accesso al campo e delle modalità con cui abbiamo potuto raccogliere le loro testimonianze. Su un punto, tuttavia, entrambe convergevano: la necessità di ascolto e rispetto reciproco per superare diffidenze e incomprensioni.
Ma quali spazi di ascolto sono stati offerti a questi giovani?
Mi sembra, infatti, che una parte del dibattito pubblico abbia già deciso che si tratti di giovani che, in fondo, non hanno un’opinione sufficientemente formata, né qualcosa di significativo da dire sulle istanze portate avanti dalla piazza, e che i comportamenti assunti da alcuni ne siano, in qualche modo, la dimostrazione.
Ancora una volta, il dibattito pubblico, concentrandosi esclusivamente sulle violenze, finisce per oscurare le ragioni che stanno alla base delle contestazioni, lasciando che siano soprattutto coloro che detengono il potere della parola e che si collocano all’interno di un sistema di produzione del sapere e di rappresentazione dell’Altro ancora profondamente segnato da una prospettiva bianca – nel quale riconosco anche la mia posizione –, a interpretarle e raccontarle. E così, il “subalterno” di cui ci parla Gayatri Chakravorty Spivak (1988) continua, ancora oggi, a faticare a trovare uno spazio in cui la propria voce possa essere riconosciuta e ascoltata. E quando prova a farlo, attraverso modalità che si discostano dagli schemi convenzionali, quella stessa voce rischia di essere delegittimata.
Si dirà: e se, in fondo, non ci fossero motivazioni? Se lo scendere in piazza fosse stato soltanto un tentativo di ottenere visibilità mediatica?
A mio avviso, anche questa ipotesi dovrebbe essere letta come un possibile campanello di allarme, espressione di una richiesta di ascolto che non si traduce necessariamente in istanze precise e articolate, ma che può racchiudere un malessere più profondo, alimentato dalle condizioni sociali e dall’incertezza del futuro – o forse, paradossalmente, da una certezza di un futuro precario. In questa prospettiva, le riflessioni di Houria Bouteldja (2024), raccolte nel libro che in italiano è stato tradotto Maranza di tutto il mondo unitevi!, assumono particolare centralità e attualità. Resta, tuttavia, fondamentale approfondire questi aspetti insieme ai giovani.
Perché, a ben vedere, dovremmo anche chiederci come mai siamo così pronti a indignarci per le violenze commesse dai giovani, ma non altrettanto per quelle che subiscono, né per le situazioni di marginalità e precarietà che molti si trovano ad affrontare. A questo proposito, vorrei richiamare un interessantissimo articolo di Valeria Verdolini, nel quale l’autrice sottolinea come non si tratti di negare la responsabilità individuale, bensì di collocarla all’interno di una cornice più ampia di responsabilità collettiva per interrogarsi sulle condizioni che contribuiscono a produrre determinati comportamenti. Una dimensione che sembra trovare sempre meno spazio nel dibattito pubblico.
L’invito, e con questo concludo, è proprio quello di provare ad allargare lo sguardo, riconoscendo le responsabilità collettive che abbiamo nei confronti delle nuove generazioni. Perché è soltanto uscendo dalla logica binaria “Noi/Altri” che possiamo iniziare a costruire risposte fondate su un reale confronto e su un reciproco apprendimento.
Certo è che, a mio avviso, la risposta non può esaurirsi nell’ennesimo decreto sicurezza o in un ulteriore inasprimento delle misure punitive nei confronti dei giovani, con il rischio di rafforzare una concezione prevalentemente repressiva della gestione del conflitto sociale e di alimentare una rappresentazione delle forze dell’ordine come “braccio armato del potere”, per riprendere l’espressione utilizzata nel titolo del libro di Michele Di Giorgio (2024). Ma questo è un altro discorso, sul quale attendo con interesse la riflessione che Roberto Cornelli si è ripromesso di sviluppare nel suo ultimo commento.